La campagna, così vera da sembrare inventata
(di Piero Orlandi)

Paola De Pietri a Oltre ha dialogato con Silvia Ferrari, che nel 2020 le ha affidato, per conto della Regione Emilia-Romagna, l’incarico di eseguire una ricognizione fotografica durata un anno – da inverno a inverno – delle campagne di Lugo, Faenza e Bagnacavallo; duecento di queste immagini sono in un libro pubblicato da Marsilio, in bianco e nero e a colori, ravvicinate e paesaggistiche, sempre prive di persone. In ognuna di esse si vede qualcosa che ha a che fare con la campagna: edifici, animali, alberi, coltivazioni; ma non si vede il lavoro e neppure l’abitare, non c’è nessun interno e ci sono pochi attrezzi, macchine o strutture agricole – stalle, trattori – e pochi gesti: insieme ai volti mancano le mani. Le immagini, eleganti e rarefatte, raccontano un paesaggio molto diverso da quelli dei tanti fotografi che hanno preceduto Paola negli stessi luoghi: Paul Scheuermeier, il linguista svizzero che percorreva le campagne dell’Italia centro-settentrionale negli anni Trenta, e Pietro Zangheri che girava la Romagna, e Giuseppe Pagano tutta l’Italia per preparare la mostra sulla casa rurale della Triennale del 1936; più tardi Enrico Pasquali nell’Appennino emiliano e Paul Strand a Luzzara negli anni Cinquanta, e Paolo Monti per le campagne di rilevamento dei beni culturali a fine anni Sessanta.
Quelle foto erano testimonianze di una certa idea di campagna: descrivevano la campagna quando c’era. Adesso essa c’è soltanto in quanto non si vede la città. Con l’avvenuto superamento demografico della città sulla campagna, ormai la campagna si definisce solo come spazio non urbano, sembra non avere una propria identità, non è più davvero un soggetto. Il tema delle foto di Paola forse è proprio la sconfitta della campagna, la sua perdita di centralità, l’aver perso i tanti valori e significati che aveva.
Paola ce la mostra più o meno uguale ovunque, senza la casa rurale tipica che studiava il geografo Lucio Gambi, senza le case-torri e le colombaie che fotografava in Appennino Luigi Fantini, il ricercatore-fotografo in bicicletta. I fotografi allora fingevano di non esserci perché volevano che la fotografia rappresentasse il reale. Paola invece c’è sempre, anche se resta dietro l’obiettivo; c’è perché la si sente mentre guarda e rappresenta il fantastico di quei luoghi, che sembrano tanto fantastici da finire per credere che li ha inventati lei.
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